Le scelte organizzative iniziali nell’apertura di uno studio impattano sulla sua definizione giuridica e sul successivo iter autorizzativo. Dallo studio all’ambulatorio, fino alle società tra professionisti, sono diverse le strade percorribili
Studi privati, ambulatori, società tra professionisti… la professione di odontoiatra può essere esercitata in strutture diverse e con diversi obblighi di legge. È un tema su cui c’è un po’ di confusione, specie perché comporta la necessità di muoversi nel territorio, ostico per i più, delle normative e delle disposizioni di legge che si sono succedute nel tempo.
Per chiarire qualcuno dei tanti dubbi, ci siamo rivolti a Marco Trotta, uno degli esperti di Alter Ingegneria, azienda specializzata nell’autorizzazione di cliniche, ambulatori, studi medici e odontoiatrici.

Ingegner Trotta, in quali forme è possibile esercitare la professione di odontoiatra?
Su questo tema c’è effettivamente un po’ di confusione. Partendo da quanto confermato dalla recente approvazione della Legge sulla concorrenza (L. 124/2017), l’esercizio dell’attività odontoiatrica è consentito sia ai soggetti in possesso dei titoli abilitanti di cui alla legge 409 del 24 luglio 1985, sia alle società operanti nel settore odontoiatrico le cui strutture siano dotate di un direttore sanitario iscritto all’albo degli odontoiatri, all’interno delle quali le prestazioni siano erogate dai soggetti in possesso dei titoli abilitanti.

Quali differenze esistono tra studio professionale, mono o associato, e ambulatorio?
Lo studio è la sede di espletamento dell’attività professionale esercitata dall’odontoiatra in regime di autonomia e, tecnicamente, non è aperto al pubblico nel senso che non è accessibile alla generalità delle persone, ma solamente ai pazienti “scelti” dal professionista. Al titolare compete ogni decisione discrezionale in ordine agli orari di apertura e chiusura dell’attività. L’articolo 2229 del Codice civile e la legge 1815/1939, agli articoli 1 e 2, oltre a prevedere la necessaria iscrizione in appositi albi, sanciscono il carattere rigorosamente personale delle prestazioni, distinguendo il professionista dall’imprenditore.
L’ambulatorio invece, così come riportato nel Testo unico leggi sanitarie (R.D. 1265/1934), si configura come un’impresa ai sensi dell’articolo 2082 e seguenti del Codice civile, con una netta separazione tra una responsabilità di tipo imprenditoriale (che fa capo all’imprenditore), una responsabilità di tipo tecnico-organizzativo (che fa riferimento al direttore sanitario) e una responsabilità professionale (riferita all’odontoiatra). A differenza dello studio, l’ambulatorio assume valenza giuridica oggettiva rispetto al professionista che vi opera.
Alla luce delle numerose pronunzie giurisdizionali, «deve intendersi come semplice studio medico quello in cui si esercita un’attività sanitaria nella quale il profilo professionale prevale assolutamente su quello organizzativo, mentre deve qualificarsi ambulatorio ogni struttura in cui si svolgano prestazioni di natura sanitaria caratterizzate dalla complessità dell’insieme delle risorse umane, materiali e organizzative utilizzate per l’esercizio dell’attività».

Come sono regolate le attività di collaborazione?
L’attività di collaborazione è prevista dall’articolo 2232 del Codice Civile anche nel caso di studi professionali, definendo il sostituto come il soggetto (consulente e/o collaboratore) che affianca il prestatore d’opera intellettuale (titolare del rapporto), agendo sotto la sua direzione e responsabilità. Il ricorso a tali figure è consentito, in base a quanto riportato nel precedente articolo del Codice civile, se vi è un contratto di prestazione d’opera intellettuale tra i professionisti. Nel caso di studi professionali, tale condizione non implica una complessità organizzativa e quindi non modifica la natura dello studio medico privato.
Tale differenza si ripercuote anche sui requisiti minimi e gli iter amministrativi, differenziandosi da Regione a Regione sia nelle caratteristiche che nei tempi di ottenimento del titolo autorizzativo, qualora previsto. Per esempio, in alcune Regioni come il Lazio e la Toscana, l’apertura di uno studio odontoiatrico, a minore invasività, può essere immediata con una semplice comunicazione di avvio attività, mentre l’apertura di un ambulatorio può richiedere diversi mesi.

Come sono normate invece le società tra professionisti?
La possibilità di istituire le società tra professionisti è stata contemplata dalla Legge 182/2011. Il ministero dello Sviluppo economico (con il parere prot. n. 415099 del 23/12/2016), ribadisce, chiarendo un concetto già riconosciuto, che l’attività di studio professionale potrà essere svolta, oltre che con i modelli associativi esistenti (associazione professionale) anche sotto forma di società tra professionisti (Stp). Spetta però alle singole Regioni legiferare, e alcune hanno già provveduto, per regolamentare e stabilire gli iter amministrativi da seguire per l’apertura di studi professionali sotto forma di Stp.

Quali sono le forme corrette dal punto di vista regolatorio per offrire prestazioni di medicina estetica?
Per quanto riguarda lo svolgimento dell’attività di medicina estetica da parte dell’odontoiatra, il riferimento normativo è la Legge del 24 Luglio 1985, n. 409 che istituisce la professione dell’odontoiatra. L’art. 2 definisce gli ambiti di competenza legati alle «attività inerenti alla diagnosi e alla terapia delle malattie e anomalie congenite e acquisite dei denti, della bocca, delle mascelle e dei relativi tessuti».
Tuttavia un parere, se pur non vincolante, del Consiglio superiore di sanità (Css), imputa all’odontoiatra la possibilità di svolgere trattamenti con finalità estetiche «ove questi rientrino all’interno del piano di cura odontoiatrico del paziente, limitatamente alla zona labiale».
Il Css ha quantomeno permesso di superare un’importante criticità, ovvero si è passati dal discutere se fosse lecito da parte dell’odontoiatra svolgere prestazioni di medicina estetica, a quali siano invece i limiti delle prestazioni/trattamenti ammessi per l’odontoiatra.
L’auspicio è che si provveda, da parte del legislatore, a un aggiornamento delle norme che tenga conto della notevole evoluzione dei trattamenti, dei protocolli di cura, dei dispositivi e dei farmaci che, in ambito odontoiatrico, si è verificata negli ultimi trent’anni, ovvero dall’entrata in vigore della Legge 409/85.

Renato Torlaschi
Giornalista Italian Dental Journal